I Masai (in grafia originale Maasai) sono un popolo di pastori di lingua nilotica che vive tra il Kenya meridionale e il nord della Tanzania. Sono più di un milione in Kenya, secondo il censimento del 2019, e diverse centinaia di migliaia in Tanzania, dove i censimenti non registrano l’etnia. Il bestiame è il centro della loro economia e della loro cultura. La vita sociale è organizzata per classi d’età, dai giovani guerrieri, i moran, agli anziani. I teli rossi e i gioielli di perline li hanno resi il popolo più riconoscibile dell’Africa orientale. Molti Masai di oggi alternano la pastorizia alla scuola, al lavoro in città e al turismo, senza rinunciare alla propria identità.
Dove vivono i Masai
I Masai vivono lungo la Rift Valley, a cavallo del confine tra Kenya e Tanzania. Il loro territorio tradizionale si chiama Maasailand e attraversa entrambi i paesi.
- In Kenya abitano soprattutto le contee di Narok e Kajiado, intorno alla riserva del Masai Mara e al parco di Amboseli.
- In Tanzania vivono nelle regioni di Arusha e Manyara: nell’Area di conservazione del Ngorongoro, a Loliondo, a est del Serengeti, nella valle del lago Natron e nella grande steppa masai, a sud di Arusha.
Molte delle aree più famose per i safari, quindi, sono anche terre masai. I nomi stessi lo ricordano: Serengeti viene dal maa siringet, “il luogo dove la terra si estende all’infinito”.
Negli ultimi decenni molti Masai si sono trasferiti anche nelle città, come Arusha e Nairobi, e sulla costa. Sulle spiagge di Zanzibar si incontrano spesso giovani Masai che vendono artigianato o lavorano come guardiani nei resort. Non sono originari dell’isola: sono arrivati dal continente in cerca di lavoro.
Quanti sono i Masai
In Kenya il censimento del 2019 ha contato poco meno di 1,2 milioni di Masai. In Tanzania i censimenti non registrano l’appartenenza etnica, e le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di persone. Nel complesso sono un popolo di oltre un milione e mezzo di persone, in crescita. Nonostante la fama internazionale, rappresentano una piccola parte della popolazione di entrambi i paesi: in Tanzania convivono oltre 120 gruppi etnici.
Origini e storia
I Masai si chiamano così dalla loro lingua, il maa, cioè “coloro che parlano maa”. Secondo gli storici i loro antenati vivevano nella bassa valle del Nilo, a nord del lago Turkana. Tra il XV e il XVII secolo migrarono verso sud lungo la Rift Valley, e nel XVIII secolo controllavano un territorio immenso, dal Kenya centrale fino alle pianure della Tanzania centrale. Secondo la loro tradizione, il dio Enkai affidò ai Masai tutto il bestiame del mondo. Per questo in passato le razzie di bestiame ai popoli vicini erano considerate un modo per riprendere ciò che spettava loro.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento epidemie di peste bovina, siccità e vaiolo colpirono duramente popolazione e mandrie. Negli stessi anni i governi coloniali, britannico in Kenya e tedesco poi britannico in Tanganica, sottrassero ai Masai molte delle terre migliori. Nel Novecento la nascita delle aree protette ha ridotto ancora lo spazio per i pascoli. Il Serengeti diventò parco nazionale nel 1951, e i Masai che ci vivevano furono trasferiti. Nel 1959 nacque l’Area di conservazione del Ngorongoro, pensata proprio per far convivere pastori e fauna.
Lingua, sezioni e mitologia
Il maa è una lingua nilotica, parlata con varianti anche da popoli affini come i Samburu del Kenya e gli Arusha. Gli Arusha sono agricoltori di lingua maa che hanno dato il nome alla città e al parco nazionale di Arusha. Molti Masai parlano anche lo swahili, e i più giovani spesso l’inglese.
Il popolo è diviso in sezioni territoriali, chiamate iloshon, ciascuna con i suoi pascoli, le sue tradizioni e talvolta un abbigliamento riconoscibile. In Tanzania la più numerosa è quella dei Kisongo, diffusa intorno ad Arusha, al Ngorongoro e nella steppa masai. In Kenya le sezioni più note sono i Purko, i Loita e i Matapato. All’interno delle sezioni esistono poi clan e sottoclan legati alla discendenza paterna.
La mitologia masai ruota intorno a Enkai (o Engai), un dio unico con due volti. Enkai Narok, il dio nero, è benevolo e porta la pioggia. Enkai Nanyokie, il dio rosso, è irascibile e porta fame e siccità. La montagna sacra è l’Ol Doinyo Lengai, il vulcano ancora attivo vicino al lago Natron, il cui nome in maa significa “montagna di Dio”. Se volete scambiare un saluto, basta “Supa!” (“ciao”) e “Ashe oleng” (“grazie mille”).
Il bestiame al centro di tutto
Per un Masai il bestiame è ricchezza, prestigio, cibo e moneta. Le mucche si contano, si chiamano per nome e si scambiano in occasione dei matrimoni. Insieme ai figli, sono la misura del successo di un uomo. Accanto ai bovini si allevano capre e pecore, più resistenti alla siccità.
La dieta tradizionale si basava su latte, carne e, in occasioni particolari, sangue. Il sangue si preleva da una vena del collo dell’animale senza ucciderlo, e si beve puro o mescolato al latte, soprattutto dopo un parto, una malattia o una circoncisione. Oggi la cucina masai comprende anche ugali (polenta di mais), riso, fagioli e tè molto zuccherato. Molte famiglie coltivano piccoli appezzamenti accanto al villaggio.
Le classi d’età: dai ragazzi agli anziani
La società masai è organizzata per classi d’età. Ogni 10–15 anni circa, i ragazzi che vengono circoncisi insieme formano un gruppo che resterà unito per tutta la vita, con un proprio nome. Le tappe principali per gli uomini sono tre:
- Ragazzi: pascolano capre e vitelli fin da piccoli.
- Moran (guerrieri): dopo la circoncisione, per alcuni anni hanno il compito di difendere la comunità e le mandrie. Portano i capelli lunghi tinti di ocra e vivono in parte separati dagli altri, in campi chiamati manyatta.
- Anziani: dopo la cerimonia dell’eunoto, che segna la fine della fase da guerriero, i moran si rasano i capelli, possono sposarsi e, con gli anni, entrano nel consiglio degli anziani.
Il consiglio degli anziani prende le decisioni importanti e risolve le controversie secondo un diritto tramandato oralmente, in cui contano più la riconciliazione e le multe in bestiame che le punizioni. Su tutti c’è una figura spirituale, il laibon, guaritore e indovino. In passato uccidere un leone era una prova di coraggio per i moran. Oggi è vietato, e in Kenya alcune comunità l’hanno sostituito con gare di atletica, come le “Maasai Olympics”.
I guerrieri masai: chi sono i moran
I moran (ilmurran in maa) sono i giovani dopo la circoncisione, di solito tra i 15 e i 30 anni circa. Sono la figura più famosa del popolo masai e, nell’immaginario comune, il “guerriero africano” per eccellenza. Il loro compito tradizionale era difendere il villaggio e il bestiame da predatori e razziatori e partecipare alle razzie contro i popoli vicini. Oggi sorvegliano le mandrie nei pascoli lontani, spesso con un telefono cellulare in tasca.
Si riconoscono facilmente. Portano i capelli lunghi intrecciati e tinti di ocra rossa, molti gioielli di perline e l’equipaggiamento tradizionale:
- la lancia masai, con una lunga punta di ferro;
- la spada corta (seme), in un fodero di pelle rossa;
- il bastone masai con la testa a pomello (orinka in maa, rungu in swahili), che si usa anche da lancio;
- in passato, uno scudo ovale di pelle di bufalo dipinto con i colori della propria sezione.
Durante gli anni da moran i giovani imparano a resistere alla fatica e alla fame, a conoscere il territorio e a prendersi cura degli animali. Stringono legami fortissimi con i compagni della stessa classe d’età, che li accompagneranno per tutta la vita.
Donne masai, famiglia e matrimonio
Le donne masai si occupano della mungitura, dell’acqua, della legna, dei bambini e della costruzione delle case. Le case sono loro: le costruiscono e le gestiscono. Sono anche le autrici dei gioielli di perline, che sono un vero linguaggio visivo. In una società tradizionalmente patriarcale, dove la poligamia è ammessa, le donne hanno una forte rete di solidarietà tra loro. Negli ultimi decenni sono spesso protagoniste del cambiamento: cooperative di artigianato, piccole attività commerciali, battaglie per l’istruzione delle figlie.
Case e villaggi masai

Il villaggio tradizionale, l’enkang, è il “boma” dei racconti di safari. È formato da un cerchio di capanne basse, chiamate inkajijik, che le donne costruiscono con una struttura di rami intrecciati, ricoperta di fango, sterco di vacca e cenere. Le capanne sono piccole e scure, con un focolare al centro e letti di pelli e rami, e il fumo tiene lontani gli insetti. Intorno c’è un recinto di rami spinosi di acacia che protegge persone e bestiame dai predatori. Di notte gli animali vengono chiusi nel recinto centrale.
In passato il villaggio si spostava quando i pascoli si esaurivano. Oggi molte famiglie sono semi-stanziali: hanno una base fissa, a volte con case in muratura e lamiera, e spostano le mandrie solo nella stagione secca.
Abiti, gioielli e corpo
- La shuka. I teli di cotone a quadri o in tinta unita, soprattutto rossi, sono diventati comuni nel Novecento, al posto degli antichi abiti in pelle. Il rosso, secondo molti Masai, simboleggia il sangue, il coraggio e la forza, e si vede da lontano nella savana.
- Le perline. Collane, orecchini e fasce indicano età, stato civile e appartenenza. Le donne sposate indossano grandi collari piatti.
- I lobi allungati. I lobi delle orecchie vengono forati e allargati gradualmente, a volte fino alle spalle. Oggi è una pratica meno diffusa tra i giovani.
- I capelli. Le donne li portano rasati, mentre i moran li portano lunghi e intrecciati, tinti di ocra.
- L’adumu. È la celebre danza dei salti. Durante le cerimonie i giovani saltano a turno, sempre più in alto, accompagnati dal canto del gruppo.
Curiosità sui Masai
- Lo sputo come benedizione. Sputare sulla mano prima di stringerla, o su un neonato, è un augurio e un segno di rispetto.
- Il saluto agli anziani. I bambini chinano la testa davanti agli anziani, che li salutano posando loro una mano sul capo.
- Niente selvaggina. Per tradizione i Masai non cacciano animali selvatici per mangiarli. Anche per questo per secoli hanno convissuto con la fauna che oggi riempie i parchi.
- Il nome del Masai Mara. In maa mara significa “maculato”. Indica il paesaggio di savana punteggiato di alberi e cespugli.
- Sandali di copertone. Molti Masai camminano con sandali ricavati da pneumatici usati, robustissimi e quasi eterni.
- I salti dell’adumu. Nella danza dei salti i moran più bravi si staccano da terra di decine di centimetri, tenendo il corpo dritto come un fuso.
- Le scarpe “Masai”. Un’azienda svizzera di calzature con la suola curva si è ispirata alla camminata dei Masai a piedi nudi, e ne ha usato il nome per i suoi prodotti.
- Il bestiame si conta con discrezione. Chiedere a un Masai quante mucche o quanti figli abbia è considerato poco educato, quasi come chiedere a noi quanto guadagniamo.
I Masai oggi: tra tradizione e cambiamento
La vita dei Masai cambia in fretta. Le siccità sempre più frequenti, la crescita della popolazione e la riduzione dei pascoli spingono molti giovani verso la scuola, le città e nuovi lavori. Tanti lavorano nel turismo: come guide, ranger e guardiani nei lodge, o vendendo artigianato fino alle spiagge di Zanzibar. Diverse comunità hanno creato aree di conservazione proprie, dove fauna, bestiame e turismo convivono e portano reddito.
Il tema della terra resta molto delicato. Nell’Area di conservazione del Ngorongoro, dove i Masai hanno il diritto di vivere, il governo tanzaniano promuove dal 2022 il trasferimento dei residenti verso altre zone del paese, come Msomera, presentandolo come volontario e necessario per la conservazione. Organizzazioni per i diritti umani e parte delle comunità lo contestano. Anche la gestione delle terre di Loliondo, a est del Serengeti, è stata al centro di forti tensioni.
Visitare un villaggio masai
Molti safari nel nord della Tanzania prevedono la visita a un boma masai, di solito lungo la strada per il Ngorongoro o il Serengeti. Ecco come si svolge e come farla al meglio:
- Cosa aspettarsi. Di solito ci sono canti e la danza di benvenuto, la visita alle capanne, l’accensione del fuoco con i bastoncini e il mercatino di perline. Alcuni villaggi sono “culturali”, cioè organizzati apposta per i visitatori. Non sono falsi, ma sono una rappresentazione: chiedete alla guida che tipo di villaggio state visitando.
- Il contributo. L’ingresso si paga a veicolo o a persona. Le vostre guide sapranno indicarvi i villaggi dove il contributo va davvero alla comunità.
- Le foto. Durante la visita organizzata le foto sono di solito permesse. Fuori dal villaggio, lungo le strade, chiedete sempre il permesso, e mettete in conto che possa esservi chiesto un piccolo compenso.
- Gli acquisti. Le perline masai sono un ricordo bellissimo. Contrattare fa parte del gioco, ma con misura.
Un incontro meno costruito si può avere in zone meno turistiche, o fermandosi a Mto wa Mbu, dove ogni giovedì i pastori scendono al mercato. Per conoscere popoli con uno stile di vita molto diverso dai Masai, il passo successivo è il lago Eyasi con Hadzabe e Datoga.
Il racconto di un viaggiatore
Nel video Piergiorgio Pieroni racconta il suo safari in Tanzania, dal Serengeti alla visita di un villaggio masai.
Domande frequenti sul popolo Masai
Dove vivono i Masai?
I Masai vivono tra il Kenya meridionale e il nord della Tanzania, lungo la Rift Valley. In Tanzania sono presenti soprattutto nelle regioni di Arusha e Manyara, intorno al Ngorongoro, a Loliondo e nella steppa masai.
Quanti sono i Masai?
In Kenya il censimento del 2019 ha contato poco meno di 1,2 milioni di Masai. In Tanzania i censimenti non registrano l’etnia, ma le stime parlano di diverse centinaia di migliaia di persone.
Chi sono i guerrieri masai?
I guerrieri masai, chiamati moran, sono i giovani dopo la circoncisione, di solito tra i 15 e i 30 anni. Tradizionalmente difendono il villaggio e il bestiame. Si riconoscono dai capelli lunghi tinti di ocra, dai gioielli di perline, dalla lancia e dal bastone con la testa a pomello.
Ci sono Masai a Zanzibar?
Sì, ma non sono originari dell’isola. Molti giovani Masai si trasferiscono a Zanzibar dal continente per lavorare nel turismo, come guardiani nei resort o vendendo artigianato sulle spiagge.
Che lingua parlano i Masai?
I Masai parlano il maa, una lingua nilotica da cui deriva il loro nome. Molti parlano anche lo swahili e, soprattutto i più giovani, l’inglese.
Perché i Masai si vestono di rosso?
Il rosso delle shuka, i teli di cotone diffusi dal Novecento, è associato dai Masai al sangue, al coraggio e alla forza. Inoltre è ben visibile nella savana. Oggi si usano anche altri colori, come il blu e i tessuti a quadri.
Cosa mangiano i Masai?
La dieta tradizionale si basa su latte, carne e, in alcune occasioni, sangue prelevato dal bestiame senza ucciderlo. Oggi comprende anche polenta di mais, riso, fagioli e tè.
Si può visitare un villaggio masai durante un safari?
Sì, molti safari nel nord della Tanzania includono la visita a un villaggio masai, di solito lungo la strada per il Ngorongoro o il Serengeti. Si paga un contributo alla comunità e si assiste a canti, danze e vita quotidiana.
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